Nel X sec a.C., Gerusalemme era un luogo ostile agli agricoltori, ma occupava una posizione perfetta per i fuggiaschi. Non più di cinquemila persone abitavano quel territorio e le piccole comunità in cui si raggruppavano erano circondate da un paesaggio impervio, spaccato dai crepacci e aggrovigliato fra le querce. La pioggia era imprevedibile. A oriente, il deserto quieto e vuoto. A occidente – invitanti – vi erano le rigogliose pianure delle città-stato filistee, con le loro rotte commerciali sul mediterraneo e le ville lussureggianti. Qui invece, la vita era dura. Né ville, né monumenti, ma solo case in pietra grezza. Orde di fuorilegge vagabondavano per questa selva giudea, depredando i villaggi vicini. In odio agli egizi e temuti dai filistei, improvvisamente questi predoni offrirono il loro servizio proprio a un re filisteo. Astuto e intraprendente, egli impose un destino più alto alle sue genti. Inviò i suoi uomini in avanscoperta e fece condividere il bottino con gli anziani delle montagne, che lo resero capotribù delle colline meridionali. Arrivarono poi le conquiste di Hebron e Gerusalemme. Qui, fece trasferire la propria stirpe in quello che – nonostante la frugalità – alcuni chiamerebbero palazzo. Il suo nome era Davide.
Fresco di cattedra all’Università di Tel Aviv, Israel Finkelstein era più interessato ai processi migratori che alla storia biblica. Infatti, secondo l’archeologo israeliano i primi abitanti si insediarono in Cananea a seguito di migrazioni interne: le civiltà nomadi divennero sedentarie per qualche generazione, per poi spostarsi nuovamente e insediarsi altrove. I primi israeliti, dice Finkelstein, erano “autoctoni”; ossia Beduini. Ovviamente, nell’Antico Testamento, la Cananea è la regione in cui gli Ebrei si insediarono una volta terminato l’Esodo. Qui, Davide conquistò il suo regno e, insieme a suo figlio Salomone, fece prosperare il suo popolo e governò tutto ciò che si trovava fra le rive dell’Eufrate e il deserto del Negev. Anche se probabilmente non è durato più di una o due generazioni, il Regno Unito d’Israele rappresenta l’apogeo della civiltà israeliana. In Davide, gli ebrei vedono “la sovranità sul territorio, la leggenda dell’impero”; i cristiani invece credono che “sia collegato direttamente a Gesù e alla nascita della cristianità”; mentre nell’Islam viene riconosciuto come legittimo profeta e predecessore di Maometto. Secondo Finkelstein, Davide è “l’elemento centrale, nella Bibbia e nella nostra cultura.” Nella lunga guerra per riconciliare fatti storici e fatti biblici, l’epopea di Davide è la prima battaglia decisiva. Non esistono fonti di alcun tipo che provino l’esistenza di Abramo, Isacco o Giacobbe. Dell’Arca di Noè non è rimasta nemmeno una scheggia e le mura di Gerico sono crollate in seguito a un terremoto secoli prima della venuta di Giosuè. Tuttavia, nel 1993, un archeologo israeliano ha ritrovato un’incisione in aramaico su una tavoletta di basalto che menziona la “Casa di Davide”. Datata IX sec. a.C., rappresenta il più antico reperto riferito ad un personaggio dell’Antico Testamento: Davide non è solo il personaggio cardine della Bibbia, ma è anche l’unico di cui forse si potrebbe provare l’esistenza. Ciononostante, resta difficile fare i conti con la mancanza di reperti nell’area di Gerusalemme, che “potrebbero essere conservati in una scatola per scarpe” secondo Yuval Gadot del Università di Tel Aviv. Per ovviare a questo problema, anche Finkelstein, insieme alla medesima università di Gadot e ad altri enti, ha reso l’archeologia israeliana un’avanguardia, soprattutto attraverso l’utilizzo di tecnologie quali i test sul DNA, l’elaborazione digitale delle immagini e l’assunzione di personale forense altamente qualificato. Nonostante il progresso tecnologico, la questione resta aperta: da dove sono venuti i primi israeliti? Quando appaiono i primi segni di un culto centralizzato e monoteista? O in modo meno prosaico, ma non meno cruciale, chi era Davide? L’onnipotente sovrano descritto nella Bibbia, o un semplice Sceicco Beduino?
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William Albright, padre dell’archeologia biblica e fervido credente, oltre ad aver appreso l’ebraico da autodidatta e ad aver studiato il greco antico, il latino, l’accadico, l’aramaico, il siriaco e l’arabo al college, riteneva che le sacre scritture non fossero che un compendio di fatti verificabili. Con questo spirito e nel pieno della propria carriera, partì per la Palestina alla ricerca di prove che smentissero le critiche all’attendibilità della Bibbia e che anzi, la storicizzassero. Nel 1936, Albright passò il testimone a Nelson Glueck, un altro archeologo americano orgoglioso di scavare “con la cazzuola in una mano e la Bibbia nell’altra”. Setacciando decine e decine di ettari in Transgiordania, scopri un’antica industria di rame e confrontando alcuni cocci, lì ritrovati, con altri reperti disponibili, datò l’intero sito al X sec. a.C. Questa e altre scoperte hanno fomentato una corsa all’archeologia senza eguali in Israele. Gli ebrei volevano dimostrare l’esistenza delle connessioni fra il proprio presente e il passato. “L’archeologia ebraica attualizza il nostro passato e mostra la continuità storica del paese” così commentò il Presidente Ben-Gurion mentre il suo Capo di Stato Maggiore Yigael Yadin diventava la guida dell’archeologia nazionale. Nel 1955, Yadin varò il più grande scavo archeologico che il paese avesse mai visto, dissotterrando l’antica città di Hazor, distrutta da Giosuè e ricostruita da Salomone. Yadin si approcciò all’impresa secondo la sua competenza: reclutò duecento braccianti dal nord Africa, fece installare una rete telefonica interna per velocizzare le comunicazioni e fece costruire un sistema di rotaie ausiliarie per trasportare i detriti; era un’operazione militare. In particolare, i suoi uomini portarono alla luce un portale a sei volumi identico a quello ritrovato a Megiddo, un’altra città del tempo di Salomone. “Entrambi i portali sono stati disegnati dallo stesso architetto reale” scrisse Yadin nel ’58, convinto di essere difronte alla prova che stava cercando.